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Il ritorno dell’ara di Spix, la vera storia del “miracolo”

In questi ultimi giorni si sta parlando molto della “resurrezione” del pappagallo blu della specie Ara di Spix. Quello che ci ha incuriosito di più, leggendo la narrazione che è stata fatta dai media, è stato l’accostamento un po’ bizzarro tra questa storia e dei non ben precisati animalisti o ambientalisti che si sarebbero accreditati come i protagonisti di questo “miracolo”, ma che, contemporaneamente, promuovono teorie che sono in netto contrasto con ciò che è accaduto in tutte le fasi di questa resurrezione, il cui merito è principalmente da ascrivere a istituzioni quali giardini zoologici e allevatori privati, che invece sono usualmente avversati dalle organizzazioni animaliste.

Per cercare di fare chiarezza, abbiamo deciso di approfondire l’argomento e di raccontarvi come sono andate veramente le cose. E poiché ci piace essere puntuali il più possibile, ci siamo rivolti a chi è stato tra i protagonisti e testimoni oculari di questa storia, il professor Lorenzo Crosta che dal 2001 al 2015 è stato il veterinario ufficiale del programma “Ara Spix”, fino al 2018 ne è stato consulente e ancora oggi ha continuato a seguirne l’evoluzione.

Lo abbiamo chiamato mentre stava portando dei campioni da analizzare in laboratorio e quando gli abbiamo letto le prime righe dell’articolo il suo commento è stato disarmante: «E cosa c’entrano gli ambientalisti o gli animalisti in questa storia?». Ma procediamo per gradi.

La “resurrezione” del pappagallo blu, a cui è stato ispirato anche Rio del film della Disney, è avvenuta tra il Colorado, il Brasile, il Qatar e la Germania. I protagonisti di questa storia sono: un’anziana signora del Colorado e il suo pappagallo Presley, una veterinaria, il ministero dell’ambiente brasiliano, il signor Wolfgang Kiessling, presidente della fondazione Loro Parque di Tenerife, un allevatore di pappagalli filippino, un componente della famiglia reale del Qatar, Martin Guth (uomo d’affari e fondatore della Association for the Conservation of Threatend Parrots) e Cromwell Purchase, curatore del parco Al-Wabra del Qatar.

Adesso che abbiamo tutti gli elementi possiamo iniziare la nostra narrazione.

Nel 2003 una signora del Colorado, che aveva in casa due pappagalli come animali da compagnia, si recò dalla sua veterinaria perché uno dei due pappagalli, un’Amazzone, era morto e lei stava cercando suggerimenti per trovare un compagno al sopravvissuto a cui aveva dato il nome Presley. Quando la veterinaria si rese conto che il pappagallo rimasto era un’ara di Spix, si premurò a suggerirne il trasferimento in Brasile, dove questi uccelli risultavano estinti in natura da circa due anni.

Una volta mobilitata la macchina per il rimpatrio di Presley, avvenuto anche grazie all’interessamento del World Parrot Trust, il ministero dell’ambiente brasiliano si pose il problema di rintracciare le are di Spix esistenti ed eventualmente detenuti da privati, così da iniziare un programma di conservazione, che sarebbe poi potuto sfociare, quando fosse stato possibile, in una reintroduzione nel loro habitat naturale. Dalle ricerche effettuate si scoprì che molti esemplari erano detenuti da ricche personalità e tra queste c’era anche un membro della famiglia reale del Qatar che ne aveva comprati diversi da un certo Antonio de Dios, allevatore e commerciante di pappagalli delle Filippine, e li teneva all’interno del parco Al Wabra. Nel tentativo di far tornare la specie in natura, il ministero dell’ambiente brasiliano promosse una campagna di condono (l’esportazione di questa specie di pappagalli era infatti vietata). L’idea era quella di lasciare i pappagalli ai loro rispettivi proprietari, purché questi aderissero al programma avviato dalla fondazione Loro Parque di Tenerife per il recupero di questa specie.

E qui entra in gioco il professore Crosta, che al momento era il direttore veterinario della Fondazione Loro Parque. «L’occasione che avevamo davanti – ci racconta – era molto allettante. Potevamo avere a disposizione diversi esemplari “fondatori”, ovvero con un DNA proveniente direttamente dalla natura, e potevamo avviare una riproduzione in cattività per aumentare il numero di esemplari e mirare a due obiettivi molto importanti: creare una banca genetica, che si sarebbe dovuta comporre di almeno 200 esemplari, e una volta superata la soglia dei 200 Spix in cattività, reintrodurre la specie in natura. All’avvio del programma di esemplari “fondatori”, ne avevamo 12».

La corsa al salvataggio dell’ara di Spix subì una notevole accelerazione alla morte del membro della famiglia reale del Qatar e alla dismissione di molte attività del parco di Al-Wabra. Gli esemplari di ara Spix furono acquisiti da ACTP (Mr. Martin Guth) e portati in Germania, e in Germania volò anche Cromwell Purchase che se ne era preso cura in Qatar. «È stato proprio grazie al lavoro svolto in Germania che è stato possibile avviare una massiccia opera di riproduzione che ha portato alla liberazione di diversi esemplari nella Caatinga, nel nord-est del Brasile, zona d’origine del pappagallo blu».

Abbiamo chiesto allora al professor Crosta qual è stato l’elemento fondamentale della riuscita di questo “miracolo”, il professore ha sorriso e ha risposto in modo secco: «La possibilità di farlo secondo le regole, ma senza divieti. Mettiamola così: se in questa storia fossero stati applicati i divieti che qualcuno chiede di istituire in Italia, oggi non parleremmo di una “resurrezione” ma di un’estinzione definitiva».
Siamo convinti che uscendo dalle ideologie e applicando il buon senso si potrebbe fare decisamente di più e meglio, per l’uomo, per gli animali è per l’ambiente.